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Questa mattina i colleghi de IL FATTO QUOTIDIANO hanno finalmente fatto un pò di chiarezza intorno alla figura ambigua di Stefano Dominella, presidente della cosidetta “maison” (che non c’è !) Gattinoni, società di cui in realtà egli non è altro che un socio amministratore, e solo delle società collegate, che sono non a caso tutte in passivo. Se questo è il cambiamento per Roma…..proposto da Ignazio Marino il candidato Sindaco di Roma Capitale del Pd, con il suo “sgherro” modaiolo , candidato della società civile allora vuol dire che a Roma stanno messi veramente male ! Il bello, cioè il peggio, è che Dominella è un personaggio molto ben noto negli ambienti della moda ma per essere un “saltimbanco” sempre pronto a candidarsi per raggiungere una poltrona visto che i suoi affari vanno abbastanza male. Non a caso il 5 aprile Dominella aveva persino partecipato alla presentazione della lista civica “Cittadini x Roma“ che appoggia la candidatura del Sindaco Alemanno (PdL) . Salvo poi schierarsi per Marino….

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Con l’operazione ‘Tango down’ la Polizia ha arrestato quattro persone e denunciate altri sei sospettate di far parte del gruppo di attivisti e di aver attaccato siti istituzionali. Ma si tratterebbe di esperti informatici che usavano il movimento per i propri scopi, anche economici, e non per le battaglie ideali
di CAROLA FREDIANI
Un blitz giudiziario in tutta Italia contro alcuni presunti membri di Anonymous. Il secondo per ampiezza dopo quello famoso del luglio 2011. E’ accaduto questa mattina, e l’operazione, ribattezzata non senza un certo sarcasmo “Tango Down” dagli inquirenti, espressione che riprende quella usata dagli hacktivisti quando viene abbattuto un sito, è stata effettuata dal Cnaipic (Centro Nazionale Anticrimine Informatico per la Protezione delle Infrastrutture Critiche) della Polizia Postale, col coordinamento dalla Procura di Roma.
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Il pm di Milano Boccassini, a conclusione del processo per concussione e prostituzione minorile, chiede che l’imputato venga anche condannato all’interdizione perpetua dai pubblici uffici. “Non merita le attenuanti generiche“. Nella requisitoria una ricostruzione pesante della vicenda: “Il Cavaliere ha fatto sesso con la marocchina sapendo che non era maggiorenne, poi la bufala su Mubarak per coprire le notti di Arcore“. L’audio integrale ed originale della requisitoria.
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Ancora una volta gli uomini della Polizia di Stato in servizio di ordine pubblico approfittando dei loro abiti civili abusano del loro ruolo e minacciano i giornalisti della nostra agenzia di stampa, “rea” di aver fatto delle fotografie ai loro abusi parcheggiando sui marciapiedi ed impedendo il passaggio ai pedoni, o al posto delle auto al servizio dei disabili . Conseguenza ? Abbiamo denunciato alla Magistratura i funzionari ed agenti della Questura di Roma che hanno cercato di usare le maniere forti con noi.
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Ieri sera trasmesso uno speciale che di giornalistico aveva ben poco “La guerra dei 20 anni” con l’auto difesa del Cavaliere. L’accusa di Ruby: i pm volevano solo etichettarmi prostituta,. Cioè quello che dalle testimonianze ed intercettazioni è emerso.
di JACOPO IACOBONI
Quando dice «no, non ho mai avuto rapporti sessuali con Berlusconi», la bocca le si stringe. Le labbra si muovono, quasi impercettibile tic. Una «bugiarda cronica», la definì così la sua affidataria, Michele Oliveira, ha raccontato Nicole Minetti. E dove poteva andare la presunta «bugiarda cronica» Ruby a raccontare la sua verità, se non in tv? Canale 5, nove e mezzo di sera, anticipo telegiudiziario del processo che riprende oggi. Parla Karima El Maroug, flusso di incoscienza: «Milano era nata dalla mia voglia di entrare nello spettacolo, nella moda. Avevo partecipato a un concorso di bellezza con Emilio Fede. Ma non avevo soldi. Non avevo pagato il biglietto, mal che vada, pensavo, mi metteranno in comunità».
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Oggi riprende il processo, parla la Boccassini. Intanto ieri sera Mediaset ha riscritto la storia delle serate con la minorenne. Mai citata la Tumini, che ha raccontato ai pm le scene erotiche viste ad Arcore
di PIERO COLAPRICO
Una volta, nelle scuole di giornalismo, s’insegnava a mettere la notizia nelle prime righe. Ieri, lo speciale di Canale 5, “La guerra dei vent’anni, Ruby ultimo atto“, non ha seguito quell’antico precetto, e questa scelta la dice lunga: notizie non ce n’erano, c’era invece l’autoassoluzione del Cavaliere a mezzo tv, il suo “Mai fatto sesso con Ruby“, come se il processo si potesse spostare dalla sua sede e celebrare in un altro modo.
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Il motivo che aveva portato Barbara Guerra – una delle ragazze che, secondo la Procura di Milano, avrebbe preso parte ai presunti festini a luci rosse ad Arcore – a costituirsi parte civile contro Nicole Minetti era stato che l’ex consigliera regionale «per spiegare che non era lei a portare le donne, ha fatto il nome di Tarantini, dicendo che lui mi aveva portato dal Presidente Berlusconi e così sui giornali io sono passata come una escort». L’ audio integrale della deposizione
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La procura di Isernia ha chiuso le indagini sul crac dell’ It Holding (che era quotita in Borsa) ed ha chiesto il rinvio a giudizio per l’ex patron del gruppo Tonino Perna e altre 14 delle 28 persone finite nel registro degli indagati nell’ambito dell’inchiesta «Alta Moda» della Guardia Finanza che, a gennaio dello scorso anno, portò all’arresto dell’imprenditore. Oltre che per Perna, il procuratore capo Albano ha ipotizzato il reato di bancarotta fraudolenta aggravata anche nei confronti degli amministratori delle varie società che facevano capo al gruppo: Maurizio Negro, Simone Feig, Alessandro Finizio, Antonio Di Pasquale, Giancarlo Di Risio, Antonio Arcaro, Giovanni Borreca, Sergio Lin, Andre Francois Elvinger, Andrea Manghi, Carlo Nicolai, Paolo Giorgio Bassi, Fabio Fusco e Franco Orlandi.
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La commercialista Daniela Candeloro e l’immobiliarista Danilo Coppola assolti dal reato di bancarotta fraudolenta della Micop Immobiliare s.r.l. perché il fatto non sussiste!
Il 7 maggio 2013, la II° sezione del Tribunale penale di Roma ha assolto con formula piena Daniela Candeloro e Danilo Coppola dal reato di bancarotta fraudolenta della Micop Immobiilare s.r.l., smentendo i teoremi accusatori dei pm Giuseppe Cascini e Rodolfo Maria Sabelli che avevano disposto il reciproco arresto. La commercialista era stata coivolta nel 2007 nel crak finanziario del Gruppo Coppola, a causa del suo ruolo di consulente fiscale, aveva scontato un anno di carcerazione perché ritenuta la “mente” del Gruppo . Trascorsi 6 anni, dopo una sentenza della Corte di Cassazione che, nel dicembre 2012, aveva cassato la sentenza dichiarativa di fallimento della Micop Immobiliare. La Corte d’Appello del Tribunale penale di Roma ha finalmente messo fine al procedimento giudiziario, assolvendo entrambi gli imputati con formula piena. L’assoluzione di Daniela Candeloro giunge all’indomani della pubblicazione del suo libro “Un caso di incoscienza“, scritto tra le mura del Carcere romano di Rebibbia per tutto il tempo della sua ingiusta custodia cautelare.

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L’ex direttore del Tg4 Emilio Fede è imputato a Torino per diffamazione nei confronti della modella di origine marocchina, residente a Torino, Imane Fadil. È emerso oggi nel corso dell’udienza del processo, davanti al giudice monocratico Ivana Pane, in cui la modella, 28 anni, è stata ascoltata come teste. Fede è stato querelato per le affermazioni fatte durante l’edizione serale del Tg4 del 17 settembre 2011, in cui aveva accusato la ragazza di avere rilasciato un’intervista, dietro il pagamento di 50.000 euro, e di avere mentito a proposito delle cene a casa di Silvio Berlusconi.
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Quando sono feriti o morti, per gli uomini in divisa sgorgano lacrime di coccodrillo. Ma quando lavorano…
di GIANMARCO CHIOCCI
Il carabiniere in verticale fa un certo effetto. Orizzontale, sul letto d’ospedale o all’obitorio, ne fa un altro. C’è sempre una via di mezzo per lo stesso servitore dello Stato che da 200 anni s’immola per la sicurezza e la tranquillità dei cittadini tutti, inclusi quegli ambasciatori della violenza che in nessun altro Paese al mondo godrebbero di tali e tante immunità giudiziarie, coperture politiche, giustificazioni mediatiche. Quando appuntati e marescialli cadono nell’adempimento del proprio dovere – si dice sempre così – puntuali sgorgano lacrime di coccodrillo, ipocrite solidarietà istituzionali, visite ai feriti e condoglianze sentite a vedove e orfani dell’Arma. Dopodiché, sempre succede che la memoria si resetti per voltare immediatamente pagina e per ricominciare, alla prima occasione, da dove si era rimasti: a sputare sull’uniforme nera bordata di rosso.
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Solo ora il ministero si è accorto che i pirati del gruppo ‘Par-anoia’ hanno violato quasi due anni fa il sistema informatico che gestisce i visti d’ingresso. Ignoti i danni, ma il problema è la vulnerabilità dei siti di Stato
di PIERO MESSINA
Neanche il tempo di insediarsi alla Farnesina e per il neo ministro Emma Bonino arriva la prima grana. Il cadeaux è la violazione del sistema informatico che gestisce i visti d’ingresso nel nostro paese. In realtà l’effrazione risale a quasi due anni fa ma le nostre forze dell’ordine se ne sono accorte, per pura casualità, soltanto nei giorni scorsi. «Cari signori, siamo un gruppo di persone che ritengono l’informazione un bene comune»: si presentano così gli hacker del portale “par-anoia.net“, i pirati cibernetici ad avere preso d’assalto il sito della polizia italiana.
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C’era una volta un grande quotidiano italiano dove si entrava dopo una lunga gavetta e dopo essersi messi in evidenza in giornali minori o dopo tanti anni di gavetta, da cui sono usciti fior di giornalisti come Ferruccio De Bortoli, Paolo Franchi, Paolo Graldi. Purtroppo non è più cosi, ci dicono alcuni colleghi della vecchia guardia del quotidiano milanese, ed oggi abbiamo avuto una conferma leggendo un articolo del Corriere dove il collega che ha redatto l’articolo, aveva evidentementre poca voglia di lavorare e verificare le notizie che ha pubblicato. O ancora peggio non sa di cosa scrive !
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di CORRADO FORMIGLI
La ricostruzione di
Travaglio sul confronto con
Piero Grasso a “
Piazzapulita” è falsa. Vi spiego perché.
1 – Durante la puntata di Servizio Pubblico, scrive Travaglio, “s’intromette nottetempo il simpatico Corrado Formigli, che non c’entra nulla di nulla, invitando Grasso via twitter a tenere il duello a Piazzapulita“ Non mi sono “intromesso“. Ho semplicemente offerto il mio spazio di approfondimento dato che Grasso in diretta ne ha chiesto uno per il confronto. E visto che Grasso parlava di un programma prima di giovedi e che io conduco un programma, per giunta alla stessa ora e sulla stessa rete di Servizio pubblico, e prima di giovedì, non si può dire che non c’entrassi “nulla di nulla“. Lo dimostra il fatto che, subito dopo di noi, altri programmi della rete e non solo si sono fatti avanti per ospitare il confronto. Tutti “intromessi“? Dovevamo tutti rimanere zitti e buoni in segno di religioso rispetto? E magari aspettando, far sì che il confronto si tenesse su una rete concorrente di La7? La tv vive di confronti, di contraddittorio, di eventi. E quando una notizia esce da un programma diventa di tutti. Perché avrei dovuto lasciar cadere la richiesta del presidente del Senato? Un confronto Grasso-Travaglio a Piazzapulita, organizzato in modo aperto e leale, sarebbe stato un evento interessante. E non credo di essere l’unico a pensarlo.

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Analisi sul numero di imputati o condannati che saranno eletti: Udc e Pdl in testa
di MARCO BRESOLIN
Liste pulite e impresentabili. I giorni – in alcuni casi addirittura le ore – che hanno preceduto la presentazione delle candidature, sono stati caratterizzati dal ripetersi di queste due parole. Per qualcuno sono state fatali, altri l’hanno scampata. Il tema è di quelli caldi, che suscitano l’interesse (e l’indignazione) degli elettori: quanto sarà «pulito» il prossimo Parlamento? Quanti deputati o senatori inguaiati con la giustizia si siederanno in Aula per votare leggi? Quali sono i partiti con più «onesti»? Con la norma sull’incandidabilità, la legislatura che si chiude ha fissato una serie di paletti per tenere fuori dalle Camere chi ha subìto una condanna definitiva di almeno due anni per una serie di reati. Per il resto è tutto rimandato al libero arbitrio dei partiti, che hanno deciso in base a ragioni di opportunità politica.
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Una conferenza stampa tesissima e caotica. Il ritorno a Caserta, per quelli che potrebbero i suoi ultimi giorni in libertà. Con la tentazione di vendicarsi verso chi lo ha ‘tradito’
di MARCO DA MILANO
Il volto di Nicola Cosentino, svelato dall’occhio del fotografo Gianni Cipriano, è il frammento di un quadro di Goya, racchiude in un’espressione fame e potere, rabbia e disperazione, impotenza e voglia di vendetta. «Eccomi qui, sono il capo degli impresentabili», si è offerto alle telecamere l’altro giorno nel salone dell’hotel Excelsior, tra clientes addolorati, ragazze griffate, sodali infuriati. Il colletto slacciato, lo sguardo stralunato, l’ira trattenuta a stento, appena nascosta dall’eloquio gentile. Un volto rimbalzato negli ultimi giorni ossessivamente su giornali, tg e talk show, dopo essere rimasto nascosto per anni.
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L’Italia senza governo. Eppure il differenziale con i titoli tedeschi è a quota 310 punti dopo essere arrivato a 536. Il merito è solo della “assicurazione Draghi” che scoraggia gli speculatori. Ma fino a quando?
di LUIGI ZINGALES
Negli ultimi due anni la crisi economica ha reso estremamente popolare un indicatore di performance dell’Italia: il famigerato “spread” (la differenza tra il rendimento dei titoli del governo italiano e quelli del governo tedesco). Lo spread rappresenta in tempo reale l’opinione dei mercati sulla solvibilità dello Stato italiano: tanto più è elevato, tanto maggiore è il rischio di default. Questa solvibilità dipende non solo dalla politica fiscale del governo, ma anche dalle prospettive di crescita dell’Italia. Senza crescita, è difficile per l’Italia sostenere il peso del debito. Da qui l’importanza dello spread anche come indicatore del futuro dell’economia italiana.
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L’ex-odontotecnico di Zagarolo, meglio noto come uno dei “furbetti del quartierino” rispolvera la ex Magiste ( ora Lekythos srl ) società con un discreto parco auto, con un patrimonio netto di 147mila euro, con crediti e debiti per 2 milioni . Come potrà tornare a fare l’immobiliarista?
di ANDREA MONTANARI
Al momento si tratta esclusivamente di una nomina, alla carica di amministratore unico. Ma ritrovare a distanza di qualche anno Stefano Ricucci alla guida operativa di una società non passa inosservato. Perché l’immobiliarista romano, salito agli onori delle cronache a metà del 2005 con il tentativo di scalata alla Rcs Mediagroup (la stagione dei cosiddetti «furbetti del quartierino»), è tornato prendendo in mano le redini di Lekythos srl, società che altro non è che il rebranding di Magiste Service.
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Il 29 settembre scorso abbiamo letto increduli un articolo intervista di un collega del quotidiano LA REPUBBLICA pubblicato nell’inserto “Affari e Finanza“, che altro non era che un articolo pubblicato guarda caso…lo stesso giorno del lancio “promozionale” della campagna promozionale di “Relax” l’ultima tariffa ingannevole di Vodafone che di Relax in realtà ha veramente molto poco ! Il lancio promozionale dell’ultima tariffa ingannevole del gestore in questione, veniva spacciato sotto forma di intervista al direttore consumer della compagnia inglese che opera in Italia attraverso una propria controllata olandese (Vodafone Omnitel N.V.) società “estero-vestita” al fine di pagare meno tasse nel nostro Paese. Abbiamo provato a contattare il giornalista di Affari & Finanza, ma si è reso di fatto irraggiungibile, forse (dice qualche suo collega di redazione) deve essere stato troppo impegnato a “spacchettare” i soliti noti ringraziamenti delle compagnie telefoniche mobili.
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Nonostante il recente esposto del patron della Bicocca per presunta pirateria informatica dopo la pubblicazione delle prime lettere avvenuta in agosto, Indymedia anche questa volta mette online l’ultimo carteggio riservato tra i due soci aggiungendo dettagli sul durissimo scontro in corso tra Genova e Milano
Non rispettate le basilari regole di governo di una società, ma soprattutto, continuate a non voler vedere chiaro nella preoccupante situazione finanziaria della ex Pirelli Real Estate. E ancora, portate avanti operazioni in potenziale conflitto d’interessi. Sono queste, in sintesi, alcune delle ultime accuse formulate dalla famiglia Malacalza al socio Marco Tronchetti Provera nella corrispondenza riservata pubblicata questa mattina dal sito Indymedia che, nonostante il recente esposto del patron della Pirelli per presunta pirateria informatica dopo la pubblicazione delle prime lettere avvenuta in agosto, continua ad aggiungere dettagli sul durissimo scontro in corso da settimane tra i due azionisti di Camfin, la holding che controlla Pirelli.
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Ho trovato questa intervista inedita che feci a Franco Califano esattamente nove anni fa. Approfitto di questo spazio per pubblicarla. Racconta un Califfo diverso da come lo conosciamo. E forse non sta male in questo blog che di solito è dedicato ad altro, ma parla pure sempre di cose che non sono come sembrano.
di CANDIDA MORVILLO
Milano, 2004. «Io so’ stato Califano prima di essere Califano. Quando non ero famoso, con le donne ci davo già da tutte le parti. Intanto, ero bello da far rabbrividire. E poi, ci sapevo fare come pochi. Io so quanto è importante la passione, so che richiede applicazione e io, modestamente, mi applico. Se vado a letto con una donna, lascio il segno. Mi sono fatto la fama di amatore andando con donne bellissime e facendo quello che dovevo fare. A Roma si dice: “Fatti il nome e fregatene” e io così ho fatto. Io, che sono stato bellissimo, oggi sono un uomo affascinante, una specie di Flavio Briatore della canzone». Franco Califano si interrompe: «Spenga quell’aggeggio. Alle donne non concedo di intervistarmi col registratore, la mia voce costa».
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“Non dite che ho pianto, altrimenti vi querelo”
di ALDO GRASSO
Nessuno redime nessuno, ma in quelle lacrime ci avevamo sperato. Le lacrime di Fabrizio Corona, il pianto di un bad boy , i singhiozzi del più bullo dei nostri paparazzi, o qualcosa di simile, visto che nessuno ha mai capito che lavoro faccia. Dopo 4 giorni di latitanza, sentendosi braccato, Corona si è consegnato agli agenti portoghesi, alla periferia di Lisbona. Le prime cronache parlavano di un Corona affranto, sconfortato, piangente: «Temo per la mia vita nelle carceri italiane». Si discute molto delle lacrime degli uomini. Che piangono raramente, vergognandosene; che sono un po’ ridicoli; che spesso fingono. Non importa. Il pianto ha sempre qualcosa di liberatorio, di salvifico. Un lavacro pubblico sarebbe servito a mondare la brutta immagine che Corona ha lasciato di sé.
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Lettera di aperta a Fabrizio Corona
di SELVAGGIA LUCARELLI
Caro Fabrizio,
te lo devo proprio dire. Sono molto delusa. In questi tuoi giorni di latitanza, non ho fatto che pensare a quanto ti avessi sottovvalutato. A quanto t’avessi sempre considerato maldestro nella tua spacconeria, a quanto t’avessi sempre ritenuto un delinquentello naif che scimmiotta Scarface ma può aspirare al massimo a due scatti rubati a Aldo Montano, non certo a essere Tony Montana. Nel mio immaginario non sei mai stato il boss con l’M16, ma un tronista col coltellino da campeggio. Lo so, sono verità dure, ma il compito di essere scomodo non può toccare solo a Bruno Vespa, in questo paese. Poi c’è stata la fuga. Tu che entri in palestra, quella stessa catena di palestre in cui vado io e non riesco a far sparire 3 cm sulle cosce figuriamoci me stessa, e mi evapori come l’acqua nella ciotola del cane. Nelle ore successive penso che al massimo sarai in uno scantinato a Sesto San Giovanni e che di lì a poco tornerai a casa dicendo che volevi solo aspettare che svanisse l’effetto del Viagra prima di consegnarti alla polizia, perchè altrimenti avrebbero pensato che avessi una pistola sotto la giacca. Le ore passano e tu non torni.

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Finita in Portogallo la fuga del fotografo: “Avevo paura delle carceri italiane”
di MASSIMO GRAMELLINI
Chiamarsi Corona e venire arrestati a Cascais, l’esilio portoghese dell’ultimo Re d’Italia, magari senza neanche saperlo. Essere un palestrato milanese di corso Como e scappare dal retro di una palestra milanese di corso Como a bordo di una Cinquecento, unico elemento stonato nell’epopea del superuomo di panna montata, e infatti cercare per tutta la notte di sostituirla con un Suv, non riuscirci e passare in Cinquecento il confine al Col di Tenda. Rimanere bloccato per ore dalla neve con trentamila euro in tasca e nemmeno un bar dove poterne investire dieci in una pizza. E poi guidare attraverso la Francia e la Spagna, immaginarsi simili a Scarface – un criminale simpatico, e nel suo pantheon morale solo un criminale può esserlo davvero – continuare la fuga fino all’oceano, sentirsi braccati e consegnarsi, ma solo dopo avere rilasciato una dichiarazione audio ai propri fan.
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di CANDIDA MORVILLO
Ho visto per prima Fabrizio Corona dietro le sbarre, prima ancora che fosse arrestato e che in carcere ci finisse davvero. Era il 2007 e io ero il condirettore del settimanale Visto. Ovunque, si parlava di un processo chiamato Vallettopoli. Tirava una brutta aria per l’agente di paparazzi e lui lo sapeva. Per questo, una notte, si fece scattare un auto-scoop preventivo. Dietro le sbarre di un cancello sembrava proprio che fosse in prigione. Trovai le foto la mattina presto sulla mia scrivania. Una è quella che vedete qui sopra. Le avevano portate i suoi, lui all’alba era stato davvero arrestato. Ma oggi che lo so latitante, non mi viene da sorridere, come sorrisi allora. Non mi piace chi clicca un “Mi piace” sotto l’ultimo post di Facebook di Corona. Non mi piace chi gli dice “Sei tutti noi” e “scappa e fregatene”. Non mi piacciono neanche i cinque anni che gli sono stati inferti in Cassazione per il caso Trezeguet. Sono tanti, per chiunque non abbia ammazzato qualcuno. La foto che pubblicai di Corona dietro le sbarre racconta molto di lui. Fabrizio non viveva su questa terra, viveva laddove un’idea poteva farsi immagine.

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Potrei difendermi dalle accuse sostenendo che quell’articolo non l’ho scritto io. Non lo farò, perché sono convinto che nessuno debba andare in carcere per una opinione
di ALESSANDRO SALLUSTI
Eccomi. Sono quel sog¬getto «socialmente pericoloso », così è scritto nella sentenza, che mercoledì sarà arrestato se la Cassazione confermerà il verdetto emesso contro di me da un giudice di Milano. Un anno e due mesi di carcere per aver pubblicato, anni fa su Libero che allora dirigevo, un articolo critico nei confronti di un magistrato che aveva autorizzato una tredicenne ad abortire. Non ho precedenti penali ( come tutti i direttori, che in base a una assurda legge rispondono personalmente di tutto ciò che è scritto, sono stato condannato più volte a risarcimenti pecuniari), non ho mai fatto male volontariamente a una mosca né mai lo farei. Combatto da oltre trent’anni su quel magnifico ed esaltante ring democratico che è l’informazione.
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di MATTEO PASCOLETTI
Un coro unanime ha gridato in questi giorni «nessuno tocchi Sallusti». Sallusti, come riassunto da Il Post, è stato condannato in appello per omesso controllo e diffamazione a mezzo stampa, a causa di un commento a nome «Dreyfus» (un chiaro pseudonimo) comparso su Libero nel febbraio 2007, ai tempi diretto proprio da Sallusti. Il commento chiamava direttamente in causa un giudice e l’ipotesi di una sua condanna a morte, e per questo motivo il giudice ha sporto querela penale. Ne hanno parlato, tra gli altri, Giovanni Valentini, Filippo Facci, Marco Travaglio, Fabio Chiusi, Fnsi e Odg. Ne ha parlato anche Mantellini che ha sottolineato un aspetto forse sgradevole, ma doveroso:
“stiamo parlando di un articolo di fatto anonimo, firmato con uno pseudonimo. Non stiamo parlando di una pagina web aggiornata dall’IP di un proxy russo ma di un pezzo composto in redazione.
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Il Consiglio regionale della Lombardia nella seduta del 1 dicembre 2011 aveva deliberato, e ci sembra quasi un miracolo, d’ “ufficio”, l’apertura di un procedimento disciplinare nei confronti del noto telecronista sportivo Fabio Caressa in relazione al ruolo ricoperto dal giornalista nella gestione e nella promozione di una scuola di poker on line nonché per aver prestato la propria immagine ad una iniziativa pubblicitaria di SKY, quindi per verificare se abbia violato le norme deontologiche giornalistiche molto spesso dimenticate, e in particolare, della Carta dei doveri del giornalista che vieta ai giornalisti di accettare incarichi che possano condizionare l’ autonomia e la credibilità giornalistica nonché di prestare il nome, la voce, l’immagine per iniziative pubblicitarie incompatibili con la tutela dell’autonomia professionale. Il Consiglio, ravvisando la responsabilità di Fabio Caressa per i fatti a lui contestati, ha ritenuto quale sanzione adeguata l’ “avvertimento“.